Parco dei Vulcanelli di Fango

I vucanelli fangosi sono modeste eruzioni melmose del sottosuolo che si verificano sporadicamente.

Sono sei, si trovano lungo il percorso del fiume Ete e in questo momento vivono un periodo di attività. Sono i vulcanelli di Monteleone di Fermo. Un fenomeno naturale di cui ancora si sa poco. Una peculiarità del territorio che, con il progetto “Segni dell’Acqua”, è stata tutelata e valorizzata.

Era il 2006 quando il Comune di Monteleone, insieme ad altri del Fermano, ha partecipato a questo progetto della Regione, ottenendo 380 mila euro di fondi europei. Il Comune ha aggiunto 90 mila del Comune e, superate le trafile burocratiche, sono iniziati i lavori.

I lavori hanno riguardato la delimitazione delle zone interessate dai fenomeni e la creazione di aree protette con all’interno dei percorsi per poter osservare da vicino e in sicurezza i vulcanelli.

Per ora i vulcanelli saranno meta di gite didattiche, ma il Comune ha tutta l’intenzione di renderli destinazione di un turismo diffuso. Per questo motivo è stato ingrandito l’ostello della gioventù, i cui posti sono passati da 25 a 48, e realizzato un centro di educazione ambientale dotato di un’aula didattica e di un piccolo laboratorio.

Negli anni ’80, è stato Bruno Egidi il primo a studiare il fenomeno dei vulcanelli. Fino a poco tempo fa si pensava che il fango che esce dalle bocche, formato da gas (probabilmente metano e anidride carbonica) che risalendo dalla crosta terrestre si carica di argilla, fosse nocivo. Gli ultimi studi, però, scongiurano questa ipotesi e lasciano supporre che possa avere funzioni terapeutiche.

Ad oggi c’è un vulcanello, sicuramente il più rappresentativo per la zona, non tanto per la sua attività recente, che negli ultimi anni è andata via via affievolendosi, quanto per quella passata che lo ha portato ad assumere dimensioni rilevanti e una forma caratteristica, per quanto variabile anche a causa delle annuali lavorazioni agricole; posizionato nel bel mezzo di un campo coltivato, appare, dalla strada che raggiunge la zona interessata, come una collinetta ormai ricoperta di vegetazione autoctona infestante come rovi e sterpaglie. Il problema principale, in questo caso, è rappresentato dall’intervento antropico, sia per quel che concerne gli sbanchi, realizzati con mezzi agricoli e finalizzati alla restituzione di quanto più terreno possibile alla coltivazione, che alla regimazione delle acque di pioggia. Il deflusso del fango, scaturito dall’attività sedimento-vulcanica, segue, in verità, due vie preferenziali colando, in parte verso il fiume lungo una fascia di circa cinque metri di larghezza e quaranta longitudinalmente, seguendo la linea di massima pendenza che separa la strada dall’Ete Vivo, e, in parte, verso il faggio che delimita il vulcanello procedendo poi verso il fossetto che ancora più a destra trasporta fango ed acque, di deflusso meteorico, ancora una volta al fiume; parte delle colate, inoltre, sversano sulla carreggiata per poi raggiungere il medesimo solco. Per comprendere a pieno gli interventi proposti e l’organizzazione scelta, è bene anche sottolinearte la presenza, a sinistra del vulcanello, di un ulteriore canale di raccolta di acque meteoriche che, recuperando deflussi anche dall’altro lato della strada, taglia il declivio e raggiunge l’Ete . Contemplato, sin dall’antichità, come misterioso ed affascinante evento naturale, ribattezzato con plurimi e curiosi appellativi in relazione alle leggende ed ai dialetti propri delle regioni che lo ospitano, il fenomeno del “vulcanismo sedimentario” rappresenta, probabilmente, il capofila di una folta schiera di ricchezze naturalistico-paesaggistiche, proprie del nostro territorio, che male, e molto spesso affatto, vengono protette, valorizzate e “sfruttate” in visione di un ampliamento delle conoscenze scientifiche, del territorio che ci ospita e della promozione turistica. Catalogabili principalmente secondo due tipologie fondamentali, i vulcanelli di fango possono rappresentare, rispettivamente, la manifestazione in superficie di processi minori postvulcanici, in zone in cui il vulcanismo è estinto addirittura da 30 milioni di anni, così come essere la diretta conseguenza della risalita di gas pressurizzati correlati a depositi di idrocarburi e petrolio o, nell’ambito della teoria della tettonica delle placche, a zone di subduzione tanto quanto alle dorsali di orogenesi. Per quel che riguarda il territorio italiano, le diverse manifestazioni del fenomeno risultano ricollegabili principalmente alla formazione, da depositi sotterranei di materiale organico, di gas naturale ed idrocarburi che, restando intrappolati in lenti impermeabili di argilla, possono raggiungere pressioni considerevoli fin quando, intercettate vie di fuga attraverso fratture o zone ad argilla non consolidata, trascinano con sé il silt degli strati profondi investendo, talora, riserve di acque fossili (a volte salso-bromoiodiche) e falde acquifere. Rappresentativi di manifestazioni post vulcaniche, o effetti secondari di presenza di sacche magmatiche, sono i siti di Paternò e Belpasso, dove le vie di risalita sono rappresentate da antichi condotti magmatici. Nei territori in cui queste formazioni naturali sono state protette e valorizzate, in effetti, la prima azione configuratasi come impellente è stata la designazione delle zone interessate come protette o sottoposte a tutela ambientale, così da salvaguardare le geoformazioni sia da dissacranti, distruttive, inutili, e talora pericolose per gli operatori, lavorazioni agricole, che da inappropriate regimazioni dell’acqua meteorica, con deturpazione del paesaggio e dilavamento verso l’asta fluviale del silt di risulta. In tendenza con la situazione riscontrabile sul versante centro-sud orientale italiano, dall’appennino tosco-emiliano fino alla Sicilia, le Marche presentano una condizione altrettanto ricca in relazione a questa particolare geo-attività.

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